Sino a metà ottocento, momento della nascita del borgo, Taranto era ristretta alla odierna parte della città vecchia: sorgeva su una piccola lingua di terra estesa poco più di 25 ettari di superficie. Quando nel XVI secolo l'arcivescovo monsignor Brancaccio effettuò la sua visita pastorale (1576 - 1578), nei quattro pittaggi della città vi era un numero davvero notevole di chiese e cappelle: 13 nel pittaggio Baglio, 7 in S. Pietro, 6 in Turripenna e 6 nel pittaggio Ponte. Vi erano “intra menia” i monasteri di S. Domenico, di S. Giovanni Battista, dei Francescani, degli Agostiniani e dei Celestini, “extra menia” i Riformati di S.Antonio, i Paolotti , i Carmelitani, i Cappuccini e i Benedettini olivetani di S. Maria della Giustizia. Dal censimento effettuato nel 1746 per compilare il Catasto Onciario risulta inoltre che a metà 700 Taranto era abitata da 11.526 anime di cui 398 erano religiosi, oltre il 3% della popolazione, con una media approssimativa di 1 religioso ogni 29 abitanti, 16 erano le Confraternite in attività.
Alla luce di quanto detto è evidente il peso che sino all'arrivo dei francesi hanno avuto nella organizzazione sociale le strutture ecclesiastiche. Esse per altro si accollavano anche compiti non esclusivamente spirituali come la gestione di un delicatissimo settore, quello caritativo - assistenziale. Inoltre Monasteri, Confraternite, Chiese, Capitolo e Clero erano fortemente radicati nel tessuto economico cittadino: possedevano case, terre, masserie e peschiere. La loro solidità economica, garantita da continui lasciti e donazioni e sorretta da una serie di privilegi ed esazioni da tasse e balzelli, permetteva loro di esercitare anche una notevole attività creditizia. Premessa questa notevole e significativa presenza delle strutture ecclesiastiche nella vita economica, sociale, architettonica, artistica, spirituale e culturale della città di Taranto, ne consegue una ricchezza di documentazione da esse prodotta nei secoli; documentazione, laddove non sia andata dispersa, conservata soprattutto negli archivi parrocchiali, diocesani o nelle case generalizie dei diversi ordini religiosi. Ma la forte presenza prima accennata degli apparati ecclesiastici nella vita economica e civile della città, ci permette di reperire molta documentazione anche nell'Archivio di Stato. Ed è appunto un veloce viaggio nei secoli attraverso alcuni documenti, reperiti nei diversi fondi conservati nell’Archivio di Stato di Taranto ed utili a suggerire alcuni temi d’indagine sulla presenza dei Cappuccini nella città bimare, ciò che si propone questa breve comunicazione. I Cappuccini giungono a Taranto nel 1534 e fondano il loro Convento di S. Maria della Consolazione vecchia sul fiume Galeso: qui nel 1536 si svolge il primo Capitolo Provinciale. Di quel Convento ci resta la descrizione del già citato Monsignor Brancaccio durante la sua visita pastorale nella diocesi effettuata nel 1578, testo conservato presso la Curia Arcivescovile di Taranto. All’epoca quell’edificio non era più sede dei padri Cappuccini che lo avevano abbandonato in quanto paludoso e quindi insalubre. Già dal 1556, infatti, i frati avevano edificato un nuovo convento sul Mar Grande, un sito di particolare importanza sulla via che giungeva dalla Capitale, vicino al porto e poco distante dalla porta di accesso alla città fortificata: ciò rese il Convento dei Cappuccini luogo di passaggio e spesso di sosta per chiunque avesse voluto entrare in città. Li si rifugiarono ad esempio durante i moti rivoluzionari del 1799 alcuni rappresentanti del governo democratico cittadino in attesa del sovrano perdono prima di essere riammessi in città; lì un secolo prima (1613) sostò per il pranzo e dovuto riposo il neo eletto Arcivescovo di Taranto Bonifacio Caetani prima di entrare trionfalmente in città e prendere possesso nella sua nuova Diocesi. Dediti alla follatura dei panni con lane tessute dai vicini conventi, ben presto i frati Cappuccini sentirono l’esigenza di una gualcheria che costruirono, nel 1597, poco distante dal loro primo convento sul Mar Piccolo, non più però sulle foci del Galeso ma a ridosso del fiume Cervaro, su un terreno donato dai nobili tarantini Francesco e Scipione Marrese, il Convento dei Battendieri. Un luogo anch’esso spesso malsano, tant’è che i Cappuccini della vicina terra di Grottaglie lamentavano che i frati ivi residenti (5 o 6) spesso si ammalavano, giungevano a Grottaglie per curarsi, usufruendo per di più delle già scarse elemosine ad essi esclusivamente destinate. Il problema delle elemosine è uno dei temi più ricorrenti nei documenti rintracciati, perché spesso motivo di attrito tra i vari Conventi e all’interno delle stesse famiglie francescane.
I Cappuccini di Grottaglie per tutto il Seicento si opposero alla formazione nella loro città di un nuovo Monastero dei Riformati per lo stato di assoluta povertà in cui vivevano a causa delle scarse elemosine loro elargite dalla Università. Anche i Cappuccini di Taranto lamentavano la scarsezza delle elemosine: nel 1736, quando furono dall’Arcivescovo Giovanni Rossi interrogati, insieme alle altre famiglie religiose presenti a Taranto, sull’opportunità della fondazione in città di un monastero degli Alcantarini, dettero il loro assenso (a differenza dei riformati del Monastero di San’Antonio) ma per soggezione -si disse- nei confronti di alcuni loro benefattori che gradivano tale fondazione. In realtà di elemosine avevano bisogno in città due Conservatori femminili e inoltre si stava costruendo un nuovo monastero di clausura, il Monastero delle Cappuccinelle sotto il titolo di San Michele Arcangelo, voluto per lascito testamentario, di un secolo prima, del nobile tarantino Giovanni Protontino: grande era l’ammirazione dei tarantini verso gli insegnamenti e l’azione dell’Ordine. Nel 1713 era stata posta la prima pietra della nuova struttura e nel 1766, con grande soddisfazione dei nostri frati, fecero il loro ingresso le prime monache cappucci nelle; prima direttrice fu una discendente della famiglia Marrese, a testimonianza ancora una volta della adesione della famiglia alla dottrina predicata dai frati Cappuccini.
All’affetto e ammirazione per lo stile di vita e le opere compiute in città dai frati, si univa la gratitudine di tutto il popolo tarantino per il loro prodigarsi nella cura degli infermi durante le varie ondate di pestilenza che colpirono la città. I frati non mancavano di accorrere a prestare le loro cure anche a coloro che da lontano arrivavano nel nostro porto e, ammalati, trovavano asilo nel lazzaretto ubicato vicino al loro Convento. Sulla scia di tale secolare abnegazione nell’Ottocento il decurionato cittadino decise di adibire ad Ospedale per la cura del colera, appunto, il monastero di Santa Maria della Consolazione. L’Ottocento è un secolo di sconvolgimenti per la storia delle nostre terre: cambiamenti nelle strutture amministrative, politiche ed economico sociali. Lo Stato si laicizza reclamando a sé la gestione della pubblica beneficenza. Con decreto murattiano del 1809 si sopprimono gli ordini religiosi: tutti i locali dei conventi soppressi, che già durante l’occupazione francese di inizio secolo erano stati requisiti per alloggiare le truppe, vengono destinati ad uffici pubblici. L’opera di smantellamento delle strutture ecclesiastiche prosegue con maggior forza con l’unità d’Italia: il decreto del 7 luglio del 1866 stabilisce la soppressione di tutti gli ordini religiosi, abbazie, collegiate, benefici. L’intero patrimonio da essi accumulato nel corso dei secoli viene rivendicato dallo Stato e passa tra i beni del pubblico demanio.
{affiliatetextads 1,,_plugin}Commovente nel 1864 la supplica rivolta dai frati Cappuccini al Comune di Taranto perché intervenisse presso il Ministero delle Finanze al fine di evitare che il loro convento fosse adibito a Caserma di finanza. Grandi erano stati i meriti dei frati -riconosceva la massima assise tarantina- nella cura spirituale delle anime, nella amministrazione del culto e grande tributo era stato da essi pagato all’epoca del brigantaggio. Nel 1866 dalla Cassa Ecclesiastica , cui era pervenuta nel 1812, viene invece ceduta al Comune la chiesa dei Cappuccini di Santa Maria della Consolazione, a patto che dal Comune non fosse eletto come cappellano un frate cappuccino. Interessantissimo l’atto di vendita del 18 marzo 1866 con il quale la società anonima per la vendita dei beni del Regno d’Italia cede al comune di Taranto per £ 11.510, 85 il Convento dei frati Cappuccini e annessi terreni. Più volte messo all’asta negli anni precedenti, sarà infine acquistato dal Comune per allocarvi la Guardia di Finanza.
Analitica è la descrizione che nell’atto si dà dell’intero complesso. La presenza dei Cappuccini in città si identifica, inoltre, con una delle chiesette più cara ai tarantini, la Chiesa della Croce. E’ accreditata tradizione che questa Chiesa, posta su un poggio vicino al Convento di S. Maria della Consolazione, sia stata edificata per cura del frate cappuccino Beato Angelo di Acri. Dall’esame del ricco e affascinante fondo del notarile è emerso un prezioso documento che c’illumina circa la costruzione della chiesetta, già presente nel 1698; interessante perché si va a retrodatare quanto sino ad oggi riportato nella bibliografia. Nel 1698 i coniugi Pietro Paolo Zuccaretto e Caterina De Boscita ratificano la vendita effettuata qualche anno prima di sette ettari di terra sulle quali era stata edificata la nuova chiesa della Croce. La zona veniva ceduta al deputato della venerabile chiesa Giovanni Battista Dominoroberti per duc. 15: comprendeva l’edificio sacro, una abitazione per il”cercante e un orto per piantarci anco qualche poco di fogliame “Alla Cappella si accedeva per una strada larga e lunga palmi 14 che collegava la scalinata della chiesa alla via che portava ai Cappuccini. Suggestivo è anche il disegno inserito in un atto di vendita del 1783 del tutto estraneo ai frati cappuccini (ma il fascino del fondo notarile è appunto nel contenere dati preziosi spesso nascosti nel tessuto narrativo di atti attinenti affari diversi); esso ci mostra con pochi tratti la chiesetta della SS. Croce ubicata sull’Appennino dei Cappuccini vicino a taverne, botteghe e fornaci per cuocere creta.
La chiesa era frequentata dai facchini del vicino porto, “i vastasi”, che per secoli l’ebbero in cura. Nel 1835 tale classe ottenne dal re Ferdinando II l’assenso per la fondazione di una Confraternita, che da quel momento si prodigò nel mantenere vivo il culto per il SS. Crocifisso e nelle necessarie opere di restauro all’edificio. Utilizzò probabilmente i proventi del lascito testamentario che nel 1836 accordò alla Confraternita il signor Cataldo De Benedictis in cambio di 30 messe e di una adeguata sepoltura nell’interno della stessa Chiesa. Negli anni Ottanta del secolo scorso la chiesetta rischiò di essere abbattuta; si è salvata, per intervento dei cittadini, dalla cancellazione ma non dal degrado in cui ancora oggi versa insieme al convento di S. Maria della Consolazione. Il Convento di Battendiero di proprietà privata è invece recentemente stato ristrutturato. I Cappuccini oggi sono presenti in città nella moderna chiesa di S. Lorenzo da Brindisi, eretta con decreto del 1957, ed edificata su progetto del 1970.
Ornella Sapio - Corriere del Giorno 5 Dicembre 2008
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